Palazzo Chigi, 15 aprile 2026. Sono passati quattro anni dall’inizio di questa disgraziata guerra, e la felpa verde oliva di Volodymyr Zelensky è ormai diventata un capo vintage, roba che su Vinted andrebbe a ruba. Ad accoglierlo sul red carpet romano c’è lei, la nostra Giorgia Meloni, ormai definitivamente mutata nella più accanita groupie della NATO in circolazione.
Come riportano fedelmente i cronisti di Mediaset e Sky TG24, l’incontro si è concluso con dichiarazioni che sembrano scritte direttamente dagli sceneggiatori di Top Gun. «Sempre al fianco di Kiev, in gioco la sicurezza Ue», ha tuonato la premier. E ancora: «Un Occidente diviso sarebbe l’unico vero regalo a Mosca». Capito? Se non mandiamo altri bonifici e armi, stiamo impacchettando un cesto natalizio per Vladimir Putin.
Ma la vera perla, quella che fa tremare i polsi, è arrivata quando Giorgia ha rivendicato con orgoglio la coerenza della linea occidentale. Come sottolinea giustamente il Quotidiano Nazionale, per la premier il sostegno a Kiev non è più solo un dovere morale, ma una vera e propria «necessità strategica». E qui scatta la standing ovation. La sovranista barricadera di un tempo, quella che sbraitava contro l’establishment di Bruxelles e i poteri forti, oggi è a tutti gli effetti l’amministratrice delegata della filiale italiana dell’Alleanza Atlantica. Super Mario Draghi, al confronto, era un pericoloso pacifista dei centri sociali.
E siccome l’industria bellica è il nuovo pop, non potevamo farci mancare il featuring tecnologico. Sempre secondo i resoconti del Quotidiano Nazionale, la nostra instancabile leader avrebbe messo sul piatto l’interesse italiano per sviluppare «una produzione congiunta in materia di droni». Splendido. Non riusciamo a far arrivare i treni regionali in orario e i nostri pronto soccorso sembrano il set di The Walking Dead, ma ehi, stiamo per diventare i signori dei droni d’assalto. Chissà, magari li useremo per consegnare le cartelle esattoriali dall’alto o per stanare chi sfugge al concordato preventivo.
In definitiva, la sicurezza dell’Ue è salva, blindata dalla nostra inflessibile premier. Zelensky torna a casa con il cuore gonfio di speranza e con in tasca l’incrollabile fedeltà di Roma, mentre noi restiamo qui, a goderci lo spettacolo di un esecutivo che difende i confini dell’Europa intera a colpi di retorica atlantista. Peccato che, tra un inno alla Nato e l’altro, i confini del buonsenso domestico siano stati abbattuti da un pezzo. Ma the show must go on, rigorosamente in mimetica.


