È ufficiale: in Italia il Giorno della Marmotta non cade a febbraio, ma ogni volta che Matteo Salvini perde una causa e decide di aprirne clamorosamente un’altra. Il tribunale di Roma ha appena pronunciato la parola magica: assolto. Roberto Saviano, lo scrittore che dal 2006 vive sotto scorta, non ha diffamato il leader leghista chiamandolo “ministro della malavita”. Secondo i giudici, la frase rientra nel sacrosanto perimetro del diritto di critica politica.
Ma si sa, il Capitano non è tipo da incassare il colpo e tornare placidamente a postare foto di tortellini in brodo sui social. Come riportato da Il Fatto Quotidiano, il nostro ha subito sbroccato in diretta su Rai 2 al programma Ore 14, sfoderando il più grande classico del repertorio vittimista della Seconda Repubblica: la toga rossa. “Lo ri-querelerò per questo. Ci riproverò. Magari troverò un altro giudice di sinistra che dirà che mi può dare del delinquente”, ha tuonato Salvini, con l’entusiasmo febbrile di chi scambia i tribunali per le slot machine dei bar di provincia. Tiri la leva, esce l’assoluzione, e giù un altro gettone per la rivincita.
La vicenda, come ricorda Fanpage, ha radici lontane. Era il 2018, Salvini era al Viminale e, tra un mojito e una diretta Facebook, accarezzava l’idea di far valutare la revoca della scorta a Saviano. Lo scrittore, per tutta risposta, gli sganciò addosso una raffinata citazione di Gaetano Salvemini del 1909. Più di un secolo dopo, la stoccata intellettuale ha mandato ai matti il leader del Carroccio, che si è lanciato in una crociata legale durata la bellezza di otto anni. Otto anni di udienze, rinvii, e risorse della giustizia italiana impiegate per stabilire se una citazione storica sui libri di scuola fosse o meno lesa maestà.
Saviano, dal canto suo, non l’ha toccata piano dopo la lettura del verdetto. Come sottolineato dal quotidiano Domani, lo scrittore campano ha esultato ricordando che la propaganda politica non può essere usata per silenziare il dissenso. E ha rincarato la dose: “Questa sentenza ci dimostra che lui aveva preso in considerazione la possibilità di consegnarmi ai clan”. Boom. Mic drop in aula.
Eppure, il loop infinito della politica italiana ci regala già il sequel a scatola chiusa. Salvini ha promesso urbi et orbi che presenterà una nuova querela. Forse spera in un abbonamento premium al Tribunale di Roma, o magari in una fidelity card: alla decima querela persa, in omaggio un peluche del Gabibbo. Nel frattempo, noi spettatori restiamo qui, col pop-corn in mano, ad assistere a questo cinepanettone giudiziario che non fa ridere nessuno, se non i veri malavitosi. Che, tra una querela e l’altra, continuano indisturbati a fare i loro comodi.
Cronistoria dei Fatti
2018: Matteo Salvini, all’epoca Ministro dell’Interno, entra in rotta di collisione con Roberto Saviano, polemizzando sull’opportunità di mantenere la scorta armata allo scrittore.
Giugno 2018: Saviano replica alle provocazioni rispolverando la citazione di Salvemini e definendo pubblicamente Salvini “ministro della malavita”. Salvini sporge formale querela per diffamazione.
2018 – 2026: Il procedimento giudiziario si trascina per otto lunghi anni, tra rinvii tecnici, cambi di scena e dichiarazioni al vetriolo da ambo le parti.
16-17 Aprile 2026: Il giudice monocratico del Tribunale di Roma assolve con formula piena Roberto Saviano perché il fatto non costituisce reato, inquadrando l’espressione nel perimetro del diritto di critica politica.
Post-sentenza: Saviano dichiara che la minaccia di Salvini del 2018 equivaleva a volerlo consegnare ai clan camorristici. Salvini, in diretta su Rai 2, attacca i “giudici ideologicamente schierati” e annuncia immediatamente una nuova querela contro lo scrittore.


