Asta record: 16 milioni per due Monet nascosti in salotto

Asta record a Parigi, due dipinti di Monet superano i 16 milioni

Mentre noi comuni mortali esultiamo quando troviamo una moneta da due euro nella tasca del cappotto dell’anno scorso, c’è chi, frugando nel salotto buono di famiglia, si imbatte per caso in due tele di Claude Monet. E non due croste qualsiasi, ma due capolavori rimasti a prendere polvere (rigorosamente aristocratica) per oltre un secolo, ben lontani dagli occhi indiscreti della plebe.

Come riporta Adnkronos con la freddezza clinica di chi maneggia quotidianamente cifre a sei zeri, l’asta record battuta da Sotheby’s a Parigi il 16 aprile ha visto i due dipinti del maestro dell’Impressionismo polverizzare le stime della vigilia, superando i 16,7 milioni di euro complessivi. Per l’esattezza, “Vétheuil, effet du matin” del 1901 è stato piazzato a 10,2 milioni, mentre il più modesto “Les Îles de Port-Villez” (1883) si è fermato a 6,45 milioni. Poverino, si vede che l’acquirente misterioso aveva finito gli spiccioli nel portafoglio di coccodrillo.

Il circo del mercato dell’arte, ovviamente, è andato in visibilio. I curatori di Sotheby’s, citati dalle cronache adoranti di Exibart, hanno parlato di un’esperienza “profondamente emozionante”, di tele che “tornavano in vita” e della straordinaria “visione 20/20” del percorso artistico di Monet. Certo, dev’essere un’emozione quasi mistica ammirare i colori vibranti di un’opera dopo averla vista per un secolo solo in sgranate foto in bianco e nero. Ma siamo pronti a scommettere che la vera sindrome di Stendhal, ai signori col martelletto, sia venuta al momento di calcolare le laute commissioni d’asta.

Il portale Finestre sull’Arte ci ricorda con zelo didascalico che Monet realizzò queste opere lavorando en plein air, affrontando l’umidità della valle della Senna e i reumatismi pur di catturare “le vibrazioni cromatiche della luce”. Tutto questo sbattimento artistico, le ore passate in equilibrio sulla barca-studio a lottare contro le zanzare francesi dell’Ottocento, per quale nobile fine? Per finire sequestrati per centoquindici anni nel caveau di qualche dinastia borghese che li usava, con ogni probabilità, per coprire una macchia di umidità sul muro o per intonarli alla tappezzeria del salotto.

Oggi, questi due capolavori riemergono dal loro esilio dorato non per essere donati alla collettività o esposti in un museo pubblico, ma per passare semplicemente dalle mani di un erede annoiato a quelle di un oligarca in cerca di asset rifugio esentasse. In fondo, l’Impressionismo è nato per catturare l’attimo fuggente. E nel 2026, l’unico attimo che conta davvero per i padroni del mondo è quello in cui il bonifico offshore va a buon fine, lasciando noi comuni mortali a fissare i poster dell’Ikea sperando che, un giorno, acquistino valore.

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