Ci sono voluti solo due secoli. Un battito di ciglia per l’eternità, un’era geologica per chiunque altro, ma alla fine il miracolo si è compiuto. Da oggi, 2 aprile 2026, Fede Galizia splende di nuovo al Museo di Capodimonte. E no, non è un ologramma immersivo con la colonna sonora di Hans Zimmer a palla, ma roba vera: olio su tela.
Come ci fa sapere l’agenzia Adnkronos con malcelato entusiasmo istituzionale, la sua “Adorazione dei re Magi”, datata 1610, ha finalmente abbandonato l’umido oblio dei depositi della Collezione Borbone per riprendersi il palcoscenico nella sala 79 del secondo piano della Reggia napoletana. La prima pala d’altare mai firmata dalla celebre pittrice milanese (di origini trentine, ma non sottilizziamo) è stata ripescata dal dimenticatoio per la gioia dei turisti pasquali.
Il dettaglio che fa più sorridere in questa commedia dell’arte tutta italiana? Per oltre duecento anni, l’opera è stata declassata nei polverosi registri partenopei come “anonimo fiorentino”. Certo, perché nel Seicento, se una pala d’altare era tecnicamente ineccepibile, con un bel gioco di luci alla Correggio e una composizione che strizzava l’occhio a Leonardo, doveva per forza averla dipinta un uomo. E possibilmente di Firenze. L’idea che una donna – per di più famosa all’epoca per le nature morte, insomma, quella che disegnava i cestini di frutta – potesse cimentarsi con successo nell’arte sacra di alto livello, era evidentemente troppo per i catalogatori borbonici. Meglio un signor Nessuno, purché dotato di cromosoma Y e di un rassicurante accento toscano.

A fare gli onori di casa ci pensa nientemeno che Eike Schmidt. L’ex granduca degli Uffizi, reduce dalle scoppiettanti (e tragicomiche) avventure elettorali fiorentine, si è ormai calato nei panni del Masaniello teutonico a Napoli. E lo fa cavalcando l’onda del girl power barocco. “Diamo il benvenuto alla mirabile pittoressa”, ha declamato il direttore del Museo e Real Bosco, annunciando che la Galizia andrà a fare squadra con le altre “Avengers” della tela già presenti a Capodimonte: Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Elisabetta Sirani. Una sorta di operazione quote rosa colossale e retroattiva, insomma, per lavarsi la coscienza da secoli di patriarcato curatoriale.
È magnifico, in puro stile da retroscena gossiparo e salottiero, vedere come il nostro establishment culturale si affanni a sdoganare le eroine del passato solo quando fa comodo al botteghino (ricordiamo che a Pasqua c’è l’ingresso gratuito, e bisogna pompare i numeri e farsi belli con la stampa). Fede Galizia non è una “scoperta” improvvisa: era una vera e propria rockstar già nel 1590, quando i suoi quadri viaggiavano verso la corte imperiale di Rodolfo II d’Asburgo. È stata l’Italia a metterla in uno sgabuzzino, letteralmente.
Quindi, andate a Capodimonte. Andate a vedere questa “Adorazione dei re Magi” riemersa dalle tenebre curatoriali. Ma mentre ammirate la maestria della mirabile pittoressa, fatevi una domanda: quanti altri capolavori stiamo tenendo in ostaggio nei depositi statali, magari etichettati come “crosta anonima”, mentre fuori paghiamo trenta euro di biglietto per infilarci in mostre-scatola a guardare le proiezioni sui muri di artisti che si rivoltano nella tomba?


