Se pensavate che il peggior buttafuori del mondo fosse quello del Berghain di Berlino, vi sbagliavate di grosso. Il premio “Selezione all’Ingresso 2026” va di diritto alla polizia israeliana. Domenica delle Palme, la scena è surreale: il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme (praticamente il padrone di casa), e padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa, si sono visti sbarrare la strada verso la Messa al Santo Sepolcro. Il motivo del rimbalzo? “Motivi di sicurezza”. Evidentemente, un settantenne in paramenti sacri armato di ramoscello d’ulivo è ormai considerato una minaccia alla stabilità del Medio Oriente.
Il cortocircuito è degno di una black comedy firmata Quentin Tarantino. Le forze dell’ordine dello Stato ebraico, trincerate dietro la fantomatica Operazione “Ruggito del Leone”, hanno deciso di chiudere le porte della cristianità proprio nel giorno che apre la Settimana Santa. La pezza a colori messa dall’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, è persino peggio del buco: “Il cardinale era stato informato, ma ha deciso di andarci lo stesso”. Come se a Mick Jagger dicessero: “Guarda, il concerto dei Rolling Stones è annullato per ordine pubblico, non farti vedere a Wembley”. Pizzaballa, da vero rocker della fede, ci ha provato lo stesso, finendo inesorabilmente respinto all’ingresso come un sedicenne senza documenti il sabato sera.

Ma il vero miracolo di questa Pasqua anticipata è la folgorazione sulla via di Damasco del governo italiano. Antonio Tajani, risvegliatosi improvvisamente leone della diplomazia, ha definito l’episodio “inaccettabile” e ha convocato d’urgenza l’ambasciatore israeliano alla Farnesina. La premier Giorgia Meloni si è attaccata al telefono con il Patriarca, tuonando contro la palese “offesa ai credenti”. Persino Matteo Salvini ha posato per un attimo il plastico del Ponte sullo Stretto, twittando tutta la sua indignazione per l’affronto subito dai vertici cattolici. Dopo mesi di equilibrismi geopolitici, timidi balbettii e armi vendute con il silenziatore, è bastato il blocco di un prelato per far scoprire all’esecutivo che, guarda un po’, a Gerusalemme il concetto di libertà è diventato un tantino elastico.
Nel frattempo, mentre Benjamin Netanyahu si traveste da PR magnanimo promettendo di “elaborare un piano” per permettere ai leader religiosi di pregare a casa propria nei prossimi giorni, il Patriarcato denuncia il grave strappo allo status quo. La desolante verità è che nella Terra Santa del 2026 persino Gesù Cristo, se tornasse oggi a cavallo di un asino, verrebbe fermato a un checkpoint, schedato per “assembramento non autorizzato” e rispedito in Galilea col foglio di via. Altro che resurrezione: qui l’unica cosa che risorge, puntuale ogni giorno, è l’arroganza del potere.


