SORA GIORGIA ha parlato. E quando la premier prende il microfono nello speciale Tg La7 di Chicco Mentana, lo show è garantito. La frontwoman di Fratelli d’Italia si è trovata a dover giustificare l’ultimo greatest hit del suo SOTTOSEGRETARIO alla Giustizia, Andrea Delmastro. L’accusa? Aver acquistato le quote di un ristorante romano mettendosi in società niente meno che con la figlia diciottenne di un condannato per mafia, ritenuto affiliato al simpatico clan camorristico dei Senese. Roba che a confronto la sceneggiatura di Gomorra sembra un episodio di Peppa Pig.
Ma attenzione, perché la linea difensiva sfoggiata da Palazzo Chigi è un capolavoro di equilibrismo rock che farebbe invidia a Keith Richards dopo una notte brava. Secondo quanto battuto dall’agenzia AGI e celebrato da Libero Quotidiano, Meloni ha candidamente ammesso che sì, Delmastro «è stato leggero». Leggero. Come una piuma. Come una hit estiva autotunata. Insomma, chi di noi, in un momento di banale distrazione al bancone del bar, non ha mai fondato una srl con i parenti di un boss della Camorra? Può capitare a tutti, basta non farne un dramma. «Quando ha scoperto che il padre di uno dei soci aveva problemi con la giustizia, ha venduto le quote», ha scandito la premier. Un tempismo perfetto, roba da far impallidire i lupi di Wall Street.
Ma il vero assolo di chitarra arriva a metà intervista. Messa alle strette a pochi giorni dal cruciale referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, la Ducetta sfodera il grande classico del complottismo all’italiana: la “manina”. «Se c’è stata una manina che ha detto: ‘tiriamo fuori la cosa peggiore che abbiamo sul governo’, gli italiani valuteranno». Eccola lì! Non è colpa del sottosegretario che fa affari sbadati con l’entourage dei Senese, ma della manina invisibile (e rigorosamente rossa) che diffonde le notizie. Un complotto a orologeria orchestrato per sabotare il voto referendario.
Eppure, in questo trionfo di garantismo a targhe alterne, Meloni lancia l’avvertimento finale, la vera punchline dell’editoriale: «Se il caso Delmastro si allarga la giustizia farà il suo corso». Boom. Sipario. Traduzione per i non addetti ai lavori: Andrea, ti voglio bene, sei un fratello d’Italia, ma se la barca affonda io mi tengo il salvagente. Un’affermazione che ha del surreale, considerando che, come fa notare Quotidiano.net, viene pronunciata dalla stessa leader che sta passando le giornate in tv a spiegare come la magistratura italiana funzioni malissimo e abbia bisogno di una riforma radicale. La giustizia “funziona male” quando indaga i fedelissimi, ma improvvisamente “farà il suo corso” se la situazione diventa mediaticamente indifendibile. Un bipolarismo istituzionale da disco di platino.
Nel frattempo, nel backstage, le opposizioni ululano. Elly Schlein dal Nazareno ricorda che «con la mafia non ci si siede a tavola, figuriamoci fondare società», chiedendo le dimissioni immediate. Giuseppe Conte e i Cinque Stelle parlano di “reazioni isteriche” della maggioranza e difendono la “manina” della stampa libera.
Alla fine della fiera, ci resta un sottosegretario alla Giustizia “leggero”, un premier che vede fantasmi e manine, e un Paese che si prepara a votare un referendum epocale con lo stesso spirito con cui si guarda il Festival di Sanremo: tifando per la polemica. Se questo è il nuovo corso, ridateci i vecchi vinili graffiati della Prima Repubblica: almeno lì, quando si facevano affari con la criminalità, si aveva la decenza di non chiamarla “leggerezza”.


