Morto Umberto Bossi: addio al Senatùr tra Padania, Trota e Canottiere

Morto Umberto Bossi

Oggi, 19 marzo 2026, si è spento a 84 anni Umberto Bossi. Come confermato in serata dall’agenzia Agi e rimbalzato su testate come Open e Il Fatto Quotidiano, il “Senatùr” ha esalato l’ultimo respiro all’ospedale Circolo di Varese, portandosi via l’ultimo brandello di un’Italia folcloristica, ruspante e orgogliosamente in canottiera. Se ne va l’uomo che ha trasformato l’intimo maschile a coste in un manifesto politico e il “celodurismo” in una filosofia di vita, roba che al confronto le rockstar maledette in copertina su Rolling Stone sembrano educande al saggio di fine anno.

Bossi non è stato solo un politico: è stato il carismatico e rissoso frontman della più grande cover band del secessionismo europeo. Con la sua voce roca, l’immancabile sigaro e quell’aura da avventore del Bar Sport che ha appena perso a briscola, ha convinto mezza Pianura Padana che la soluzione a tutti i mali fosse un’ampolla d’acqua torbida prelevata dal dio Po e un elmo con le corna sfoggiato sul prato di Pontida. Ha inventato la Padania dal nulla, un po’ come Tolkien ha inventato la Terra di Mezzo, solo con meno elfi e molta più polenta e osei.

Ma la parabola del Senatùr, come ogni saga rock che si rispetti, è finita inevitabilmente tra gli scandali, i dissapori interni e i famigliari ingombranti. Le cronache, dalle inchieste spietate del Fatto Quotidiano fino agli archivi di The Guardian, ricordano ancora il cataclisma del 2012: le dimissioni tra le lacrime, il tesoriere Francesco Belsito, l’ombra infinita dei 49 milioni e i soldi dei contribuenti usati per le ristrutturazioni di casa e per il noleggio di una Porsche al primogenito Renzo. Quel Renzo passato alla storia con il glorioso e insuperabile nickname di “Il Trota”, titolare di una leggendaria laurea comprata in Albania. Tutto orchestrato sotto l’ala protettiva del “Cerchio Magico”, gestito con pugno di ferro dalla moglie Manuela Marrone, paladina delle tradizioni e fondatrice della scuola paritaria bosina, come ricorda La Tecnica della Scuola.

Eppure, la vera tragedia shakespeariana per Bossi non è stato l’ictus del 2004, che ne ha fiaccato il corpo ma non la proverbiale testardaggine. La vera nemesi ha assunto le sembianze rassicuranti e social-dipendenti di Matteo Salvini. Negli ultimi anni, il Senatùr ha dovuto assistere, confinato a un ruolo di presidente a vita tanto onorifico quanto amaro, alla mutazione genetica della sua creatura. Salvini ha preso la “Lega Nord”, le ha chirurgicamente amputato il “Nord”, ha riposto le ampolle in soffitta e si è messo a baciare rosari da Lampedusa a Reggio Calabria, elemosinando voti proprio a quei “terroni” che Bossi voleva separare con un muro di nebbia e filo spinato. Un affronto che Umberto non gli ha mai perdonato, lanciando strali in dialetto varesotto ogni volta che il Capitano postava la foto di un arancino sui social.

Oggi Bossi ci lascia, sopravvissuto a nove legislature, a governi ribaltonisti con l’amico-nemico Silvio Berlusconi, a inchieste giudiziarie e alla fine della Prima e Seconda Repubblica. Con lui se ne va l’inventore del populismo all’italiana, quello verace e ruspante, fatto di dita medie alzate contro “Roma Ladrona” e di comizi sudati nelle piazze di provincia. Che la terra gli sia lieve. E, possibilmente, a rigoroso Nord del Po.

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