Ci sono momenti nella storia della Repubblica in cui la maschera istituzionale cade, rivelando la vera anima rock’n’roll – o forse solo tragicamente pop – del potere. È successo quando la nostra premier ha deciso di trasformare il Tg1 in una sorta di confessionale da reality show, sganciando la bomba sul Referendum Giustizia.
Come riportato puntualmente dalle agenzie, tra cui l’Adnkronos, Giorgia Meloni ha scandito una frase che meriterebbe di essere incisa nel marmo (o stampata direttamente sulle cartelle esattoriali): “Se vince il ‘no’ saranno gli italiani a pagarla, non il governo”. Una dichiarazione che, con un solo colpo di fiato, rottama decenni di noiosa grammatica istituzionale e ci proietta nel futuro del marketing politico: il ricatto preventivo a reti unificate.
Fermiamoci un attimo a metabolizzare. Fino a ieri, nell’ingenuo mondo del diritto costituzionale, se un esecutivo scommetteva la faccia su una riforma e i cittadini la bocciavano, di solito qualcuno faceva gli scatoloni. Chiedere a Matteo Renzi per delucidazioni sul karma referendario. Ma la leader di Fratelli d’Italia ha aggiornato il software. Come ha ribadito con la sicurezza di chi sa che la poltrona è incollata con il Bostik, non teme contraccolpi politici e ha chiarito senza mezzi termini: “Ho già detto che non mi dimetto”.
La logica è stringente, quasi darwiniana: il governo propone la riforma, l’elettore la boccia, e chi paga il conto? L’elettore, ovviamente. L’esecutivo si limiterà a guardare la scena dal privè di Palazzo Chigi, ordinando un altro giro di drink mentre la plebe fuori si smazza la fattura della “mancata modernizzazione”.
È il trionfo del “privatizzare i successi e socializzare le sberle”. Secondo la narrazione meloniana, rilanciata anche dai lanci dell’Agi, la maggioranza è granitica, mentre è l’opposizione a essere sfilacciata e confusa. Dunque, se le urne diranno ‘No’, non sarà una bocciatura del governo, ma un autogol masochista degli italiani. Un po’ come se il cuoco di un ristorante stellato ti portasse un piatto di fango e, di fronte al tuo rifiuto di mangiarlo, ti accusasse di voler far fallire la gastronomia nazionale, addebitandoti comunque il coperto.
In questo mash-up tra il cinismo di House of Cards e l’irruenza di un concerto punk, la separazione delle carriere dei magistrati diventa quasi un dettaglio di colore. Il vero capolavoro è la “separazione delle responsabilità”. La premier ci avvisa che questa riforma serve per cambiare l’Italia, altrimenti “non cresceremo mai”. E se decidete che la loro idea di giustizia non vi piace? Peggio per voi. Loro restano lì, belli comodi. Siete voi che dovrete fare i conti con il Paese in stallo.
Alla fine, la morale di questa favola post-democratica è semplice e brutale: testa vince il governo, croce pagano gli italiani. Non c’è che dire, un pezzo degno dei Sex Pistols, suonato però con l’orchestra di Sanremo. E a noi spettatori non resta che tirare fuori il portafogli, sperando che almeno il prossimo giro di riforme ci venga messo in conto con lo sconto in fattura.


