Ci sono voluti decenni di speculazioni, indagini al limite dello spionaggio industriale e profili geografici che manco per la cattura dei latitanti di Cosa Nostra, ma alla fine il segreto di Pulcinella con la bomboletta spray è miseramente crollato. Come rivelato da una monumentale inchiesta della Reuters, poi rilanciata in Italia da Adnkronos, Banksy è esattamente chi tutti sospettavano fin dal lontano 2008: il buon vecchio Robin Gunningham, classe 1973, originario di Bristol.
Ma attenzione al colpo di scena degno di una spy-story di serie B: per sfuggire alla pressione e tutelare quel prezioso, intoccabile anonimato che fa lievitare le sue quotazioni a botte di decine di milioni, Gunningham ha furbescamente cambiato nome all’anagrafe. Il nuovo, impenetrabile scudo dietro cui si nasconde l’inafferrabile genio della street art? David Jones.
Sì, avete letto bene. L’artista più misterioso, sovversivo e anti-sistema del pianeta ha scelto di mimetizzarsi adottando l’equivalente britannico di “Mario Rossi”. Una mossa talmente banale da risultare quasi geniale, se non fosse che David Jones è anche il vero nome di battesimo di un certo David Bowie, il cui alter ego Ziggy Stardust ispirò peraltro un celebre ritratto della Regina Elisabetta firmato dallo stesso writer. Dal Duca Bianco al Muro Bianco il passo è stato insospettabilmente breve.
Pensate al trauma per i miliardari radical chic e i collezionisti col portafoglio a fisarmonica: per anni hanno staccato assegni a otto zeri per accaparrarsi un topo con l’ombrello o una bambina col palloncino, convinti di finanziare un fantasma romantico, una divinità invisibile della ribellione urbana. E invece stavano semplicemente foraggiando il signor Jones, un cinquantenne che probabilmente la domenica mattina fa la fila al pub per una pinta e un fish and chips.
A inchiodare il nostro Mario Rossi del graffito sono stati documenti incontrovertibili, incrociati metodicamente dai cronisti della Reuters (Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison): foto, video in cui compare a volto coperto, tracce lasciate su un’opera in Ucraina nel 2022 e, soprattutto, i verbali di un dimenticatissimo arresto a New York nel 2000. Eh già, prima di diventare il cocco di Sotheby’s, capace di tritare le proprie opere in diretta mondiale per il sollazzo dei ricchi, mister Jones finiva in manette come un teppistello qualunque.
E in tutto questo dramma borghese, che fine fa Robert Del Naja? Il frontman dei Massive Attack, per anni indicato dai complottisti dell’arte come il “vero” Banksy, esce dall’inchiesta brutalmente ridimensionato. Niente genio solitario: Del Naja sarebbe “solo” un fidato collaboratore, con cui l’artista avrebbe realizzato alcune opere a quattro mani. Una sorta di stagista di lusso, il garzone di bottega incaricato di passargli gli stencil o reggergli la scala di notte. Una botta di autostima non da poco per una rockstar internazionale.
Alla fine della fiera, la parabola di Banksy-Gunningham-Jones ci regala una morale spietata. Il sistema capitalistico che lui ha finto di combattere per trent’anni lo ha non solo inglobato, ma persino smascherato e normalizzato. Il più grande rivoluzionario dell’arte contemporanea è un signore di mezza età con il nome di un contabile di provincia. L’ennesima, sublime presa in giro di un mercato che, pur di monetizzare l’anti-conformismo, si comprerebbe volentieri anche la carta d’identità del signor Jones.


