Iran, l’italia ripudia la guerra (ma affitta le basi a ore)

Iran, Consiglio supremo di difesa:

È giunto il momento di tirare un sospiro di sollievo, posare l’elmetto e disdire l’abbonamento premium al bunker antiatomico. Il Consiglio Supremo di Difesa si è riunito al Quirinale e, tra un caffè corretto e una pacca sulla spalla, ha partorito la più grande rassicurazione dai tempi in cui ci dissero che il debito pubblico era sotto controllo. Come riportato a reti unificate e sottolineato dal Fatto Quotidiano, la formula magica elaborata da Sergio Mattarella e dall’esecutivo recita: “L’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra”.

Insomma, mentre Stati Uniti e Israele se le suonano di santa ragione con l’Iran, noi italiani applichiamo la nobile e antica arte del “chi si fa i fatti suoi campa cent’anni”, nobilitata per l’occasione dal richiamo all’Articolo 11 della Costituzione. Un colpo di scena pacifista che deve aver provocato un mezzo mancamento al ministro della Difesa Guido Crosetto, costretto a sedere al tavolo quirinalizio con l’espressione di un bambino a cui hanno appena sequestrato la fionda nuova.

Eppure, a leggere bene le veline battute dall’Adnkronos, dietro l’afflato da Woodstock istituzionale spunta il solito, magnifico, equilibrismo democristiano che ci rende unici al mondo. L’Italia, infatti, non fa la guerra, ma si limita a fare da affittacamere per chi la fa. Come fa notare Sky TG24, il Consiglio ha gentilmente concesso il via libera all’uso delle basi italiane per le truppe statunitensi, purché nel rispetto degli accordi. Tradotto dal burocratese: noi siamo pacifisti convinti, ma se vi serve la pista per far decollare due o tre cosette esplosive, il parcheggio è libero e la sbarra è alzata. Basta che compiliate il modulo e rispettiate il “quadro giuridico”. Qualsiasi richiesta extra, ci rassicurano, passerà per il Parlamento. È l’equivalente geopolitico di dichiararsi orgogliosamente vegani, ma affittare il proprio salotto per la sagra della porchetta.

La premier Giorgia Meloni, che ha già ribadito il concetto alle Camere, si è presentata al vertice scortata dai pesi massimi del governo. C’era Tajani, pronto a rassicurare i partner internazionali sfoggiando il suo proverbiale aplomb, e c’era pure il ministro dell’Economia Giorgetti, lì probabilmente per assicurarsi che i missili lanciati verso Cipro e Turchia e intercettati dalla Nato non finissero per caso nel calderone del Patto di Stabilità.

Il comunicato del Quirinale trasuda inoltre “grande preoccupazione” per i “gravi effetti destabilizzanti” in Medio Oriente e per il rischio che l’Iran apra le porte alla “guerra ibrida” e a iniziative terroristiche. I vertici hanno persino condannato la strage della scuola di Minab, giusto per mettere in chiaro che, per quanto amiamo prestare il suolo patrio alle superpotenze in gita premio, le stragi di civili non le tolleriamo.

Alla fine della fiera, il messaggio del nostro Consiglio Supremo di Difesa è un capolavoro di paraculaggine pop: non siamo in guerra, non manderemo i nostri ragazzi a combattere e ripudiamo ogni conflitto armato. Noi ci limitiamo a tenere i cappotti, preparare i caffè e gestire il casello autostradale per i bombardieri alleati. Perché l’Italia non entra in guerra, certo che no. Al massimo, le fa il tagliando.

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