Venezia, profondo Est. Se pensavate che l’installazione più disturbante della 61esima Biennale d’Arte fosse un water capovolto o una performance di sassi urlanti, vi sbagliavate di grosso. Il vero capolavoro concettuale è andato in scena nel Consiglio d’Amministrazione, dove il patriottismo meloniano si è schiantato frontalmente contro il caro, vecchio, inscalfibile attaccamento alla poltrona italiano.
Il plot twist è degno di una spy story di serie B: il padiglione della Russia torna a Venezia. L’Europa insorge, l’Ucraina protesta, ma soprattutto il Ministro della Cultura Alessandro Giuli scopre, col tempismo di un bradipo in letargo, che la rappresentante del suo stesso ministero nel Cda, Tamara Gregoretti, ha votato a favore della rentrée moscovita senza fargli nemmeno uno squillo su WhatsApp. Come riporta LaPresse, il titolare del Collegio Romano ha chiesto formalmente le dimissioni della dirigente per un “venuto meno rapporto di fiducia”, accusandola di non averlo avvisato né della presenza russa né del suo voto favorevole.
Ma qui scatta il momento “Rolling Stone”, l’assolo di chitarra ribelle. La Gregoretti, nominata nel marzo 2024 dall’indimenticato Gennaro Sangiuliano (e chi se non lui?), non fa una piega. Il Giornale ci delizia con la sua replica al curaro: “Sono serena e non ho intenzione di dimettermi”. Boom. Mic drop. La consigliera, sfoderando il piglio di chi si incatena ai cancelli pur di non mollare la cadrega, ha ricordato a Giuli che, in base allo Statuto della Biennale, i membri del Cda non rispondono a chi li ha nominati. Traduzione: mi hai messo qui, ma ora non mi schiodi neanche con le cannonate dello Zar.
Nel frattempo, il circo mediatico-politico è in fiamme. Quotidiano Nazionale definisce la vicenda la “Biennale dei veleni russi”, sottolineando lo scazzo epocale tra Giuli e il presidente della Fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, che in nome di un’astratta “autonomia dell’istituzione” ha steso il tappeto rosso a Mosca. A fare da coro greco ci pensa Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura, che, come evidenziato da Exibart e dalle agenzie, si sbraccia per condannare “l’arte di Stato” (un concetto che, dalle parti della destra di governo, fa sempre sorridere per il clamoroso corto circuito ironico).
E l’Europa? Non sta certo a guardare. Venti nazioni hanno inviato letterine infuocate e la Commissione UE ha minacciato di tagliare i 2 milioni di euro di sovvenzioni alla Biennale. Perché l’arte contemporanea sarà pure libera, provocatoria e indipendente, ma quando ti toccano i cordoni della borsa, improvvisamente tutti diventano dei contabili molto pragmatici.
Alla fine, tra ministri impotenti che sfiduciano a vuoto, dirigenti inamovibili e presidenti dal sapore dannunziano, la vera opera d’arte è proprio questa: il caos istituzionale. Un’installazione permanente e iperrealista, rigorosamente finanziata coi soldi pubblici, che non smette mai di stupirci. E la Gregoretti? Resta lì, immobile e serena, come una statua equestre in Piazza San Marco. Chapeau.


