Meta ha truccato le elezioni 2022? Zuckerberg smentisce report

'Interferì nel voto del 2022', Meta rigetta le accuse

Ebbene sì, compagni e amici rosiconi, abbiamo finalmente l’alibi perfetto. Se il 25 settembre del 2022 gli italiani hanno consegnato le chiavi di Palazzo Chigi a Giorgia Meloni, la colpa non è di una sinistra frammentata, né dell’incapacità di parlare alle periferie. No, la colpa è dell’algoritmo. A svelare l’arcano, con la solita sobrietà apocalittica che li contraddistingue, sono stati i segugi di Report e le penne affilate de Il Fatto Quotidiano, che il 12 aprile 2026 hanno sganciato la bomba mediatica: Meta ha interferito nelle elezioni politiche italiane del 2022.

Secondo l’inchiesta, Mark “Occhi di Ghiaccio” Zuckerberg avrebbe orchestrato una profilazione di massa su oltre 6,5 milioni di ignari boomer e zoomer italici. L’arma del delitto? Uno sticker. Sì, avete capito bene. La funzione EDI (Election Day Information), che su Facebook e Instagram ti ricordava con fare paternalistico di andare a votare. Secondo l’accusa, dietro quel rassicurante bollino, Meta raccoglieva avidamente età, posizione e interazioni per creare il perfetto elettore da vendere al miglior offerente, in un remake de noantri dello scandalo Cambridge Analytica. E non solo: un misterioso “filtro” avrebbe silenziato i contenuti progressisti, pompando quelli dei patrioti.

Ma da Menlo Park, quartier generale del Metaverso, è arrivata una pernacchia istituzionale che riecheggia fino a Viale Mazzini. “Accuse infondate e del tutto inaccurate”, ha tuonato un portavoce di Meta, respingendo con sdegno l’idea di essere il burattinaio occulto del centrodestra italiano. La loro difesa è disarmante nella sua semplicità: “Ragazzi, lo strumento indirizzava semplicemente gli utenti al sito web del Ministero dell’Interno. Non raccoglie alcun dato sensibile o di natura politica”. Insomma, per Zuckerberg, se gli italiani hanno cliccato sullo sticker e poi hanno votato Meloni, la colpa è del Viminale, non dell’algoritmo.

E in mezzo a questa spy-story all’amatriciana, non poteva certo mancare la farsa tutta italiana del Garante della Privacy. Come riportato da Open e dallo stesso Fatto Quotidiano, i tecnici dell’Autorità volevano bloccare Meta all’istante, ma i vertici del collegio avrebbero tirato il freno a mano per “attendere l’Europa”. Il risultato di questo scontro titanico? Una multa che dai 75 milioni di euro iniziali si è magicamente sgonfiata a 25 milioni. Praticamente gli spiccioli che Mark trova tra i cuscini del divano quando cerca il telecomando per mettere su Netflix.

In conclusione, la narrazione autoassolutoria è servita su un piatto d’argento. La sconfitta del 2022 non è stata una debacle politica, ma un raffinato complotto cibernetico ordito dai poteri forti della Silicon Valley. Che sollievo. Ora i progressisti italiani possono finalmente smettere di farsi domande scomode e concentrarsi sul vero nemico della democrazia: le Storie di Instagram.


Cronistoria dei Fatti

Cronistoria: Lo Sticker della DiscordiaAgosto 2022:  A poche settimane dalle elezioni politiche italiane, Meta lancia su Facebook e Instagram la funzione EDI (*Election Day Information*). Ufficialmente, si tratta di un servizio civico per reindirizzare gli utenti al sito del Ministero dell’Interno, fornire informazioni verificate e combattere la disinformazione in vista del voto.

Settembre 2022: Il dipartimento tecnico del Garante della Privacy, guidato da Riccardo Acciai, fiuta un’anomalia. Sospettando una raccolta dati illecita ai danni di 6,5 milioni di utenti, chiede un blocco urgente. Tuttavia, i membri del collegio Guido Scorza e Agostino Ghiglia frenano l’iniziativa per attendere le direttive delle autorità europee, innescando uno scontro interno.

2023-2024: La battaglia dentro il Garante si sposta sui numeri della sanzione. La multa iniziale proposta dai tecnici ammontava a 75 milioni di euro. La cifra viene definita “ridicola” e progressivamente smontata, scendendo infine alla modica somma di 25 milioni di euro (appena lo 0,02% del fatturato globale della Big Tech).

12 Aprile 2026 (Mattina): La trasmissione televisiva *Report* e il quotidiano *Il Fatto Quotidiano* pubblicano in tandem un’inchiesta esplosiva. L’accusa formale verso Meta è di aver profilato gli elettori italiani trasformando il comportamento elettorale in informazione monetizzabile, e di aver utilizzato un filtro algoritmico segreto per favorire l’esposizione della destra.

12 Aprile 2026 (Pomeriggio): Arriva la secca e ufficiale smentita di Meta. Attraverso un comunicato, l’azienda di Zuckerberg definisce l’inchiesta “infondata e del tutto inaccurata”, chiarendo che lo strumento EDI non ha mai profilato politicamente gli utenti, non ha mai registrato le intenzioni di voto e non ha condiviso alcun dato con terze parti o comitati elettorali.

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