Hannoun, la Cassazione annulla l’arresto per Hamas

Hannoun, la Cassazione annulla l'arresto: era accusato di aver finanziato Hamas

Benvenuti nel magico mondo della giustizia italiana, quel favoloso luna park dove puoi stappare lo champagne per aver vinto in Cassazione, ma devi farlo bevendo da un bicchiere di plastica nella tua cella del carcere di Terni. È l’incredibile parabola di Mohammad Hannoun, l’architetto e attivista palestinese trapiantato a Genova, accusato di essere il bancomat di Hamas in Italia. Ebbene, signori, la Suprema Corte ha appena preso l’ordinanza di custodia cautelare, l’ha appallottolata e l’ha tirata nel cestino. Annullamento con rinvio. Tutti liberi? Macché. In Italia la libertà è un concetto relativo, tipo il Wi-Fi in treno: sai che dovrebbe esserci, ma non si connette mai.

Come ci ricorda puntualmente Il Post, la Corte di Cassazione ha annullato l’arresto dell’attivista 64enne, fondatore dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese (Abspp), finito al fresco lo scorso dicembre insieme ad altre tre persone con l’accusa di aver finanziato l’organizzazione terroristica. La Procura di Genova, in un impeto di hybris degno di un film di spionaggio di serie B, era convinta di aver scoperchiato la cupola del terrore. Il bottino? Sette milioni di euro che, secondo i pm, anziché finanziare aiuti umanitari a Gaza, sarebbero finiti dritti nelle tasche di Yahya Sinwar e soci.

Ma qual era la “pistola fumante” brandita dai magistrati genovesi, convinti di essere i nuovi Jack Bauer della Lanterna? I famigerati file israeliani. Documenti dell’intelligence di Tel Aviv che l’accusa aveva sventolato in aula come se fossero Vangeli apocrifi appena ritrovati. Peccato che la giurisprudenza italiana non funzioni esattamente come un gruppo WhatsApp del Mossad. Come riportano le cronache de Il Tempo e LaPresse, i giudici con l’ermellino hanno verosimilmente ribadito quanto già sussurrato dal Tribunale del Riesame: quei documenti stranieri, sforniti di qualsiasi crisma di utilizzabilità processuale, in un’aula di tribunale italiana valgono quanto una banconota del Monopoli. Inammissibili. Carta straccia.

Così, il castello di carte dell’accusa si è afflosciato. La Cassazione ha annullato le misure cautelari per Hannoun e per i suoi presunti complici (Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji), respingendo pure i ricorsi della Procura che smaniava per rimettere dentro altri due indagati già scarcerati in precedenza. Un clamoroso “ritenta, sarai più fortunato” stampato in faccia all’antiterrorismo genovese.

Eppure, come fa notare l’ottimo approfondimento de Il Dubbio, qui scatta il cortocircuito garantista: l’annullamento con rinvio non apre in automatico le porte del carcere. Hannoun e compagnia cantante restano dietro le sbarre a Terni in attesa del nuovo pronunciamento. Ora la palla torna al Riesame di Genova, che avrà dieci giorni di tempo per arrampicarsi sugli specchi o, più verosimilmente, prendere atto che senza i dossier di Tel Aviv l’accusa di terrorismo sta in piedi come un ubriaco sul ghiaccio.

In sintesi: sei accusato del reato più infamante del decennio, i pm usano carte segrete di una potenza straniera per sbatterti dentro, la Cassazione dice che quelle carte non si possono usare e annulla l’arresto, ma tu resti comunque in cella in attesa che un altro giudice, tra un caffè e l’altro, decida se puoi tornare a casa. Più che Fauda, sembra Scherzi a Parte. Ma senza la risata registrata alla fine.

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