Se ne è andato domenica 29 marzo 2026, a 73 anni, nella sua casa romana, consumato da una lunga malattia. David Riondino è morto, e con lui se ne va l’ultimo irregolare dello spettacolo italiano. Ha fatto l’ultimo sberleffo, lasciando un Paese che oggi lo piange con i soliti coccodrilli istituzionali, ma che in fondo non gli ha mai perdonato la sua colpa più grande: averci condannato per l’eternità al trenino di Capodanno.
Da topo da biblioteca al successo di Maracaibo
Sì, perché mentre oggi i vertici della Regione Toscana, dal presidente Eugenio Giani a Stefania Saccardi, si sperticano in elogi funebri ricordando il “menestrello instancabile” e l’intellettuale raffinato, la cruda realtà è che Riondino è stato il più geniale troll della storia della musica italiana. Nato a Firenze nel 1952, prima di calcare i palchi aveva passato dieci anni a fare il bibliotecario alla Nazionale di Firenze. Un intellettuale colto e anarchico, che nel 1981 decise di piazzare una bomba nel pop italiano scrivendo la celeberrima Maracaibo.
Affidata alla voce di Lu Colombo (con cui Riondino ha poi ingaggiato una decennale e sanguinosa faida legale per la paternità del brano, vinta nel 2018, perché l’arte è di tutti ma i diritti SIAE sono sacri), la canzone era un concentrato di traffico d’armi, Fidel Castro, rum, cocaina e morsi di squalo bianco. Il tutto travestito subdolamente da hit estiva. Riondino guardava dall’alto, ghignando, milioni di italiani sudati che urlavano “Mare forza nove!” ignorando di stare ballando la cronaca nera internazionale.

Il Maurizio Costanzo Show e la satira d’autore
Ma ridurre la carriera di David Riondino a Zazà sarebbe un delitto. È stato l’uomo che nel 1978, dopo aver fondato il Collettivo Victor Jara con la sorella Chiara, si ritrovò ad aprire i concerti della leggendaria tournée di Fabrizio De André con la PFM. Un battesimo del fuoco che lo preparò alla vera fossa dei leoni: il salotto del Maurizio Costanzo Show.
Lì, tra un freak, un politico della Prima Repubblica e una soubrette, Riondino portava la poesia. Nei panni dell’improbabile cantautore brasiliano Joao Mesquinho, improvvisava canzoni su ordinazione, ipnotizzando Costanzo e dimostrando che si poteva fare cultura anche nel tempio del trash televisivo. Ha scritto pagine di satira memorabili per Il Male, Cuore e Tango, ha collaborato con giganti della comicità come Dario Vergassola e Sabina Guzzanti, e non ha mai smesso di smontare la retorica del potere.
L’eredità della Scuola dei Giullari
La sua ultima creatura, rimasta purtroppo incompiuta, era la Scuola dei Giullari: un progetto per insegnare ai giovani a fondere la tradizione orale medievale con la composizione contemporanea. Un’idea folle e bellissima, in un Paese che è drammaticamente pieno di pagliacci ma scarseggia di giullari professionisti capaci di sbeffeggiare i re.
I funerali si terranno martedì 31 marzo alle 11, nella Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo a Roma. C’è da scommettere che, se potesse, organizzerebbe un ultimo, colossale trenino funebre. Ciao David, e grazie per il rum.


