Ah, la Biennale di Venezia! Quel magico crocevia dove l’arte contemporanea incontra lo spritz a venti euro, i superyacht oscurano il Canal Grande e la coscienza sociale si indossa rigorosamente su misura, possibilmente firmata Prada. Quest’anno, la 61esima edizione ci regala un’imperdibile performance collettiva: il grande ritorno della rivoluzione da salotto.
Il collettivo Art Not Genocide Alliance (ANGA) ha infatti sganciato la sua bomba di carta: una fiammante lettera aperta per chiedere l’esclusione totale di Israele dall’imminente kermesse lagunare. Un copione già visto, direte voi. E infatti, come riportano le cronache, l’appello ha raccolto le firme di quasi 200 tra artisti, curatori e “operatori culturali” (qualunque cosa significhi) coinvolti nella mostra principale In Minor Keys e nei vari padiglioni nazionali.
Fin qui, tutto molto rock’n’roll. Sembra di sentire i Clash in sottofondo. Ma è leggendo le note a margine che la farsa si trasforma in capolavoro satirico. Scopriamo infatti che, tra questi impavidi Che Guevara con il pass VIP, ben dodici firmatari hanno deciso di apporre la loro sigla in rigoroso e pavido anonimato. Il motivo? Tenetevi forte: per timore di “possibili danni fisici, politici o legali derivanti da una firma pubblica”.
Insomma, duecento artisti “ribelli”, ma col passamontagna. E non un passamontagna di ruvida lana sovversiva, ma rigorosamente in cachemire Loro Piana, per non irritare la cute mentre si sorseggia un Bellini sulla terrazza del Danieli. La rivoluzione è un pranzo di gala, dopotutto, ma solo se nessuno ti toglie i fondi per la prossima installazione in resina riciclata.
C’è qualcosa di magnificamente ipocrita in questa avanguardia dell’indignazione. Già nel 2024, di fronte alle polemiche, il padiglione israeliano aveva chiuso i battenti, un gesto che segnava una presa di distanza degli stessi artisti partecipanti (come Ruth Patir) dalle politiche del proprio governo. Un gesto forte, reale. Ma all’intellighenzia non basta: il nemico va cancellato, oscurato, bannato. A patto, ovviamente, di non rischiare il proprio posto in cattedra o il contratto con la galleria di punta.
L’arte dovrebbe essere il luogo del coraggio, lo spazio dove si squarcia il velo delle convenzioni a costo della propria pelle. Invece, ci ritroviamo con i leoni da tastiera prestati alle Belle Arti: pronti a lottare contro le ingiustizie globali, sì, ma rigorosamente in incognito, usando uno pseudonimo come i quindicenni su TikTok.
Mentre in Medio Oriente la tragedia si consuma sulla pelle di civili innocenti, a Venezia va in scena il Festival dell’Ipocrisia. I nostri eroi senza volto continueranno a pontificare sui mali del mondo, protetti dalle rassicuranti mura dell’Arsenale. E quando calerà la sera, tolti i passamontagna (che fanno sudare), li troverete tutti al party esclusivo di qualche fondazione miliardaria. A brindare alla pace, rigorosamente a scrocco.


