Ci sono voluti gli esposti dell’ultima settimana e un meticoloso monitoraggio tra l’8 e il 14 marzo per far saltare sulla sedia i solerti guardiani dell’Agcom. A tre giorni esatti dal voto per il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati (fissato per il 22 e 23 marzo), l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha avuto un’illuminazione sulla via di Damasco: in televisione c’è una clamorosa sproporzione a favore del Sì, con una “sottorappresentazione della posizione favorevole al No”. Tradotto per i comuni mortali: Rete 4 e Nove stanno facendo da megafono a una sola fazione.
Partiamo da Rete 4, ormai ribattezzata la dependance catodica di Palazzo Chigi. Come riportano i documenti dell’Agcom del 18 marzo, il canale Mediaset non si è limitato a pompare il “Sì” a reti unificate, ma ha trasformato i propri salotti in un one-woman show. Il provvedimento dell’Autorità, infatti, impone esplicitamente di “bilanciare adeguatamente” il tempo attribuito alla presenza della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. E dire che il Pd aveva già provato a suonare l’allarme, segnalando all’Authority le performance della premier nel salotto di Nicola Porro a Quarta Repubblica. Ma niente paura: se l’emittente non dovesse riequilibrare gli spazi entro il 20 marzo (l’ultimo giorno utile di campagna elettorale), rischia una multa che va dai 10mila ai 250mila euro. Spiccioli che a Cologno Monzese probabilmente usano per pagare i caffè alle macchinette.
La vera rockstar inaspettata di questo cartellino giallo, però, è il Nove. Il canale di casa Warner Bros. Discovery, che negli ultimi tempi ha fatto incetta di talenti in fuga dalla Rai ergendosi a baluardo dell’intrattenimento radical-chic, si è beccato un perentorio ordine di riequilibrio, votato all’unanimità. Anche lì, a quanto pare, le ragioni del “Sì” hanno trovato praterie sconfinate, lasciando i sostenitori del “No” a mendicare secondi di visibilità tra una pubblicità e l’altra. Un colpo di scena degno di un thriller di serie B: pensavi di guardare la televisione alternativa, e invece ti ritrovi lo stesso palinsesto a senso unico.
Mentre La7 l’ha scampata liscia con un’archiviazione (nonostante il voto contrario della commissaria Elisa Giomi, l’unica voce fuori dal coro), il Partito Democratico si straccia le vesti gridando alla “gara falsata” e alla “competizione elettorale compromessa”. E hanno pure ragione, per carità. Ma la vera domanda è: serviva davvero un pallottoliere istituzionale a 72 ore dal silenzio elettorale per accorgersi che la par condicio in Italia è viva e vegeta quanto il punk rock?
L’Agcom ha intimato di rimettere a posto le cose entro il 20 marzo. Immaginiamo già i conduttori sudare freddo, costretti a rastrellare disperatamente qualche esponente del “No” nei corridoi pur di riempire le quote entro la mezzanotte. Il sipario sta calando su questa farsa referendaria, e la sensazione è che l’arbitro abbia fischiato il fallo solo quando la palla era già in fondo alla rete.


