Siamo arrivati al livello Monopoly: Imperial Edition. Donald Trump ha guardato la mappa dei Caraibi, ha visto un’isola al buio e ha pensato: “Affarone”. Come riportato con tanto di virgolettati dall’agenzia AGI, il tycoon dalla chioma color cheeto ha sganciato la bomba diplomatica con la delicatezza di un elefante in un negozio di sigari: «Credo che avrò l’onore di prendere Cuba. Che io la liberi, la prenda, che io pensi di poterne fare tutto ciò che voglio… volete sapere la verità? Sono una nazione molto indebolita in questo momento». Boom. Mic drop.
In effetti, l’isola è allo stremo. Niente luce, niente petrolio (soprattutto da quando, come ci ricordano le cronache internazionali, il venezuelano Maduro è stato gentilmente “prelevato” dagli Usa), frigoriferi spenti e 11 milioni di cubani che vivono un unplugged perenne che manco i Nirvana su MTV. Un blackout totale che The Donald osserva con l’acquolina in bocca, fiutando l’opportunità di piazzare un bel resort a cinque stelle sul Malecón.
Ma per ogni acquisizione ostile che si rispetti, serve far saltare le teste nel consiglio di amministrazione. E qui entra in gioco il New York Times, che sgancia lo scoop: l’amministrazione Usa ha cortesemente chiesto le dimissioni del presidente cubano Miguel Díaz-Canel. Il messaggio recapitato a L’Avana è degno de Il Padrino: volete riaccendere la luce e far ripartire le trattative? Cacciate il CEO comunista. Secondo le fonti citate dal quotidiano newyorkese, Washington non vuole smantellare subito l’intero baraccone castrista, ma esige un cambio ai vertici per “consentire cambiamenti economici strutturali”. Tradotto dal politichese: togliete di mezzo il compagno Dìaz-Canel e mettete qualcuno che sappia firmare i contratti di appalto per i futuri campi da golf.
È la geopolitica trattata come una puntata di The Apprentice. «Miguel, you’re fired!». Mentre la diplomazia cubana cerca di salvare la faccia aggrappandosi ai concetti di sovranità e autodeterminazione, Trump tratta l’isola come un immobile pignorato da ristrutturare. “Se la libero o la prendo, penso che posso farci qualunque cosa voglio”, ha ribadito ai giornalisti. Un mix letale di machismo da Guerra Fredda e arroganza da palazzinaro che fa sembrare la Baia dei Porci un litigio per il posto auto condominiale.
Alla fine, la strategia è da manuale del cinismo imperiale: strangoli un’economia già disastrata con un embargo energetico totale, aspetti che i cittadini disperati diano fuoco alle sedi del partito al buio, e poi ti presenti come il salvatore biondo pronto a “prendersi” l’isola. Resta solo da capire se la nuova Cuba diventerà il 51esimo stato americano o, molto più probabilmente, una gigantesca dépendance di MaraLago con i mojito a 45 dollari. Hasta la privatización, siempre.


