Ci risiamo, signori. Il tritacarne di Mar-a-Lago ha appena sfornato la sua ultima polpetta. Parliamo di Joe Kent, l’ormai ex Direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo americano. Fino a ieri, Kent era il prototipo del perfetto soldatino MAGA: ex Berretto Verde, ex CIA, mascella volitiva, e un curriculum politico basato sul ripetere a pappagallo ogni singola teoria del complotto sulle elezioni rubate del 2020 e sui disordini del 6 gennaio, come puntualmente ricordato da PBS. Insomma, il candidato ideale per l’amministrazione Trump 2.0.
Eppure, martedì 17 marzo 2026, il nostro eroe a stelle e strisce ha fatto l’impensabile: ha usato il cervello. E, peggio ancora, lo ha fatto su X (l’ex Twitter), rassegnando le dimissioni con una lettera che ha fatto tremare i calici di champagne a Washington.
Il motivo? La nuova, scintillante guerra contro l’Iran. Come riportato dal Guardian e da CBS News, Kent ha messo nero su bianco che non può, “in buona coscienza”, sostenere la guerra in corso, aggiungendo la frase proibita: l’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nazione, ed è chiaro che gli Stati Uniti hanno iniziato questa guerra “a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”. Boom. Apriti cielo. Lesa maestà.
Kent non è un pacifista con i fiori nei cannoni. È un veterano pluridecorato che ha perso la moglie Shannon, crittografa della Marina, in un attentato suicida in Siria nel 2019. Credeva davvero alla favoletta dell'”America First” e del Trump isolazionista che non avrebbe più mandato i ragazzi americani a morire nelle sabbie del Medio Oriente. Povero, ingenuo Joe. Pensava che il MAGA fosse una dottrina geopolitica, non ha capito che è solo un reality show dove il boss cambia le regole durante la pubblicità.
E infatti, la reazione del Donald non si è fatta attendere. Come si scarica un fedelissimo che hai nominato tu stesso solo pochi mesi fa? Con il classico metodo Trump, documentato da Newsweek e NDTV: fingere di non conoscerlo bene e dargli del debole. Dallo Studio Ovale, Trump ha liquidato la pratica masticando le parole: ha sempre pensato fosse un bravo ragazzo, ma “molto debole sulla sicurezza”. E ha rincarato la dose spiegando che è “un bene che sia fuori”, perché chi non capisce la minaccia iraniana non è una persona “intelligente” o “scaltra”.
Capito l’antifona? Fino a ieri, quando Kent flirtava con le frange estreme per farsi eleggere al Congresso, era un patriota incompreso, un eroe da piazzare a capo dell’Antiterrorismo sotto l’ala di Tulsi Gabbard. Oggi, che si azzarda a far notare che bombardare Teheran per fare un favore a Netanyahu forse non è esattamente “America First”, diventa improvvisamente un rammollito, un debole, uno scarto.
La velocità con cui i trumpiani lo hanno scaricato è da manuale di psichiatria politica. La portavoce Karoline Leavitt ha subito etichettato le sue affermazioni sull’influenza straniera come “insultanti e ridicole” (Los Angeles Times). La macchina del fango si è messa in moto: i duri e puri dell’alt-right, che fino a ieri lo veneravano come un dio della guerra, ora lo trattano come un infiltrato dello sfigatissimo deep state pacifista.
In fondo, la parabola di Joe Kent è la quintessenza dell’era Trump. Puoi vendere l’anima, abbracciare le cospirazioni più strampalate e genufletterti all’altare del trumpismo. Ma nel momento in cui la tua coscienza (o il tuo trauma personale, come nel caso di Kent) ti impedisce di applaudire all’ennesima guerra senza senso, sei fuori. Il reality non ammette comparse che rubano la scena al protagonista o che, dio non voglia, iniziano a leggere un copione diverso.


