Signore e signori, allacciate le cinture e preparate il biglietto da obliterare, perché il circo equestre del Centrodestra ha ufficialmente inaugurato il suo personalissimo “Erasmus Tour” in vista del referendum sulla Giustizia del 22 e 23 marzo. L’obiettivo? Blindare il “Sì” e trasformare una consultazione tecnica nell’ennesimo concertone pop-populista. E per farlo, la maggioranza ha deciso di schierare l’artiglieria pesante: treni speciali, gazebo in ogni angolo del globo terracqueo e kermesse romane che manco il Giubileo.
Partiamo dalla trovata più felliniana del lotto: la “Freccia per il Sì” di Forza Italia. Un intero vagone di un Frecciarossa noleggiato dai forzisti, in partenza da Firenze e Napoli, con destinazione Roma Tiburtina. A bordo, racconta orgoglioso il segretario regionale toscano Marco Stella, non ci sarà il classico carrello dei minibar con i tramezzini di gomma, ma un’accurata selezione di “vittime di malagiustizia”, pronte a snocciolare i motivi per votare a favore della riforma. Praticamente un incrocio tra Assassinio sull’Orient Express e Un giorno in Pretura, ma con Antonio Tajani ad attendere tutti in stazione al binario per la conferenza stampa. La vera sfida, ovviamente, sarà far arrivare il treno in orario: un Frecciarossa puntuale in Italia sarebbe già di per sé una riforma epocale.
Mentre Tajani gioca a fare il capostazione azzurro, Matteo Salvini ha preferito un approccio più “street”. Il Capitano ha piazzato la bellezza di 1.500 gazebo in tutta Italia, trasformando i weekend degli italiani in un percorso a ostacoli tra volantinaggi e banchetti. Con l’entusiasmo di un venditore porta a porta, il leader leghista si dice convinto che nel segreto dell’urna a votare “Sì” ci andranno “silenziosamente anche a sinistra, anche tra i giudici, tra i pm, tra gli avvocati”. Insomma, secondo il vangelo salviniano, persino i magistrati militanti si metteranno un impermeabile e degli occhiali finti per andare a sabotare se stessi pur di fargli un favore.
E Fratelli d’Italia? Non potendo essere da meno, il partito di maggioranza relativa prepara la “Woodstock” del garantismo: un mega-evento al Palazzo dei Congressi dell’Eur previsto per il 19 marzo, con l’apertura affidata nientemeno che ad Arianna Meloni. La sorella d’Italia avrà il compito di scaldare la platea, mentre la premier Giorgia, già scesa in campo per denunciare le “bufale” dell’opposizione, ha messo le mani avanti con la consueta spavalderia istituzionale: “Nessuna possibilità che mi dimetta se vince il no”. Un modo elegante per dire che, se il treno deraglia, lei non intende certo fare il macchinista.
Dall’altra parte della barricata, il fronte del “No” affila le armi e i metaforoni. Giuseppe Conte, tra una solidarietà e l’altra per le deprecabili foto bruciate in piazza della Meloni e di Nordio, ha evocato l’immagine poetica di un “calcio in faccia” dal corpo elettorale dritto sui denti del governo. Nel frattempo, il procuratore Nicola Gratteri ha gettato benzina sul fuoco con una delicatezza da bulldozer, dichiarando che al referendum voteranno per il “Sì” nientemeno che “gli imputati e la massoneria deviata”, scatenando l’inevitabile bufera politica.
In questo clima da derby di periferia, il Centrodestra serra le fila e pancia a terra cerca l’impresa. Tra frecce ad alta velocità piene di garantisti in trasferta e gazebo sparsi come funghi, la sensazione è che la campagna referendaria si sia trasformata in un reality show dove vince chi la spara più grossa. Non ci resta che attendere il 22 marzo per scoprire se gli italiani saliranno a bordo del convoglio o se decideranno, molto prosaicamente, di lasciarlo fermo in banchina.


