La 98esima notte degli Oscar è andata in archivio e, come da copione, il Dolby Theatre di Los Angeles si è trasformato nel consueto confessionale laico per milionari con i sensi di colpa. In un’edizione in cui la macro-politica è rimasta rigorosamente sullo sfondo – guai a disturbare i manovratori di Wall Street o i box office internazionali – l’Academy ha deciso di inviare il suo rassicurante “messaggio” attraverso le statuette. La formula magica del 2026? Premiare l’autore bianco radical chic e l’horror afroamericano d’autore, così nessuno si fa male e tutti tornano a casa sentendosi dalla parte giusta della Storia.
Il grande trionfatore della serata è stato Paul Thomas Anderson. Il suo One Battle After Another si è portato a casa ben 6 Oscar, tra cui Miglior Film e Miglior Regia. Un trionfo che sa di doveroso risarcimento per il buon vecchio PTA, ma anche di gigantesco paradosso hollywoodiano. Come ha minuziosamente ricostruito World of Reel, la pellicola, nata con il criptico titolo di lavorazione The Battle of Baktan Cross, è costata alla Warner Bros. una cifra spropositata (si parla di 175 milioni di dollari) rivelandosi un buco nell’acqua al botteghino. Ma a Hollywood adorano i fallimenti commerciali, purché siano firmati da un genio incompreso dal volgo. E così, questo libero adattamento di Vineland di Thomas Pynchon è diventato l’alibi perfetto: un’opera anti-autoritaria che permette a star come Leonardo DiCaprio e Sean Penn (vincitore come Miglior Attore Non Protagonista) di fare la faccia feroce contro il “sistema”, rigorosamente in smoking sartoriale e dopo aver incassato cachet stellari.
Dall’altra parte della barricata, a salvare la quota “impegno sociale pop”, ci ha pensato Ryan Coogler con il suo Sinners, che ha incassato 4 statuette. Come giustamente evidenziato da The Guardian in una sua recente analisi, Coogler ha usato il pretesto dei vampiri nel profondo Sud segregazionista del 1932 per mettere in scena il vero orrore dell’esperienza nera in America. Una mossa geniale che ha fruttato a Michael B. Jordan un meritatissimo Oscar come Miglior Attore per il suo doppio ruolo dei gemelli criminali Smoke e Stack, e a Coogler quello per la Miglior Sceneggiatura Originale. E proprio Coogler, ritirando il premio, ha regalato l’unico vero brivido di autenticità della serata: come riportato dal San Francisco Chronicle, il regista ha zittito gli applausi di circostanza della platea imbellettata avvertendoli sornione che, venendo da Oakland, avrebbe parlato a lungo. Un piccolo, meraviglioso dito medio alla fretta televisiva del network ABC.
La politica, dicevamo, è restata un rumore di fondo. Niente discorsi infuocati sulle guerre vere in corso, niente invettive contro le multinazionali dell’intrattenimento che firmano i loro stessi assegni. Il messaggio dell’Academy è chiaro, rassicurante e perfettamente confezionato per le PR: noi siamo la Resistenza, ma con il catering di lusso e il red carpet. Premiando il kolossal anti-sistema di PTA e i vampiri antirazzisti di Coogler, Hollywood si è auto-assolta dai propri peccati. Hanno combattuto il fascismo e il razzismo per procura, seduti comodamente sulle poltrone di velluto, per poi correre a sbronzarsi ai party esclusivi di Vanity Fair.
Sipario. La coscienza progressista è salva, i bonifici sono partiti. Ci vediamo l’anno prossimo, compagni di Beverly Hills.


