Ci sono momenti nella storia in cui la geopolitica assomiglia a un brutto spin-off de I Soprano, solo con meno carisma e più portaerei. Donald Trump, dal suo pulpito, ha deciso di rimettere i panni del riscossore di pizzo internazionale. In una sobria chiacchierata con il Financial Times, il tycoon ha sentenziato con la profondità di un tweet delle tre del mattino: “Teheran non è pronta a un accordo”. Traduzione per i non addetti ai lavori: le bombe non sono ancora bastate, serve che qualcuno mi tenga il cappotto mentre continuo a menare le mani nello Stretto di Hormuz.
E a chi chiedere aiuto se non alla cara, vecchia e scroccona Alleanza Atlantica? Il ragionamento trumpiano non fa una piega: noi americani facciamo il lavoro sporco, voi europei (e magari pure la Cina, perché no?) ci mettete le navi da guerra per scortare il petrolio da cui dipendete. Se non lo fate, ha sussurrato soavemente The Donald, il futuro della NATO sarà “molto negativo”. Un avvertimento che suona meno come un monito strategico e più come un “bel continente l’Europa, sarebbe un peccato se gli succedesse qualcosa”.
Ma è qui che il capolavoro tragicomico prende vita. Come riportato dalle principali agenzie di stampa, la reazione dei fieri alleati europei è stata un fuggi fuggi generale degno dei migliori cinepanettoni. Da Londra a Berlino, il coraggio leonino del Vecchio Continente si è sciolto come un ghiacciolo al sole di Dubai. “Non è una guerra della Nato e non ha nulla a che fare con la Nato”, ha balbettato il portavoce del governo tedesco Stefan Kornelius, spalleggiato dal premier britannico Keir Starmer, il quale ha gentilmente declinato l’invito a farsi trascinare nel pantano mediorientale. Insomma, l’articolo 5 vale solo se il nemico ha l’accento russo; se indossa il turbante e blocca l’80% del greggio mondiale, improvvisamente la corazzata atlantica si trasforma in un circolo bocciofilo disarmato.
In questo festival dell’ipocrisia, poteva forse mancare l’Italia? Assolutamente no. Mentre un drone kamikaze polverizzava un nostro fiammante Predator nella base di Ali Al Salem in Kuwait (dettaglio imbarazzante tempestivamente battuto dalle agenzie, ma che tutti fingono di ignorare), i nostri leader si esibivano in acrobazie retoriche da medaglia d’oro. Il vicepremier Matteo Salvini ha indossato l’elmetto della pace dichiarando fiero che “l’Italia non è in guerra contro nessuno”, mentre Antonio Tajani ha invocato la “linea diplomatica”. Praticamente, ci prendono a sberle nel Golfo Persico e noi rispondiamo offrendo un caffè e un tavolo di concertazione.
Il cortocircuito è totale. Da una parte abbiamo un Presidente USA che tratta l’Alleanza come un’agenzia di bodyguard in subappalto, arrivando al paradosso di elemosinare l’aiuto di Xi Jinping per proteggere le petroliere. Dall’altra, un’Europa terrorizzata, aggrappata al proprio pacifismo di convenienza, che spera di risolvere l’escalation militare ignorandola fortissimo, mentre il petrolio schizza alle stelle e i mercati tremano.
Alla fine della fiera, la verità è una sola: Trump ha tolto il velo all’ipocrisia occidentale. Teheran non sarà pronta per un accordo, ma a giudicare dal panico di Berlino, Londra e Roma, nemmeno la NATO è pronta per la realtà. E nel dubbio, noi italiani continuiamo a invocare la diplomazia. Almeno fino al prossimo drone.


