Il Medio Oriente è ufficialmente diventato quel franchise di film d’azione che ha superato l’ottavo capitolo: la trama è inesistente, le esplosioni sono raddoppiate e il cast principale rifiuta ostinatamente di uscire di scena. Siamo entrati trionfalmente nella terza settimana della guerra in Iran e, come riportato minuziosamente da Agenzia Nova, l’esercito israeliano e quello statunitense stanno allegramente spianando infrastrutture tra Teheran e Isfahan.
Ma il vero colpo di teatro arriva dai Pasdaran. Le Guardie Rivoluzionarie, con il tempismo comico di un villain della Marvel anni ’90, hanno rilasciato l’ennesima fatwa pop. Secondo quanto battuto dall’Agi e rilanciato dal Giornale di Brescia, l’establishment militare iraniano ha fatto sapere urbi et orbi: «Braccheremo e uccideremo Benjamin Netanyahu». Una promessa che suona più come una disperata mossa di marketing, considerando che nel frattempo i cieli sopra le loro teste sembrano il quarto d’ora finale dei fuochi di San Silvestro a Napoli.
Ovviamente, l’Internet ci ha messo del suo. Sulla piattaforma X (l’ex Twitter, ormai declassato a bacheca condominiale dell’apocalisse) giravano video manipolati che davano Bibi già per spacciato a causa di un presunto attentato. La reazione del premier israeliano? Un video smentita che trasuda boomer energy da ogni pixel. L’ufficio del primo ministro ha dovuto diffondere una nota ufficiale, sempre citata da Nova, per ribadire ai giornalisti turchi in fibrillazione: “Si tratta di fake news, il primo ministro sta bene”. Insomma, Netanyahu è vivo, lotta insieme a noi e, presumibilmente, lo fa dal comfort di un bunker con Wi-Fi a banda larga e aria condizionata.
Nel frattempo, lo Zio d’America non sta certo a guardare. Donald Trump, tornato a sguazzare nello Studio Ovale come un bimbo nel fango, ha dichiarato a Nbc News di non essere minimamente pronto a un accordo di pace. Anzi, come si legge su Quotidiano.net, il tycoon ha ammesso candidamente di non avere idea se la nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, sia ancora nel mondo dei vivi, mentre la sua portavoce Karoline Leavitt si vanta in diretta di aver “affondato 65 navi iraniane”, piallando la marina di Teheran come se stesse giocando a Battaglia Navale sull’iPad.
E l’economia? Un trascurabile dettaglio di scena. Gli Usa hanno bombardato l’isola di Kharg, snodo cruciale per l’80% del petrolio esportato dagli ayatollah. Ma The Donald ha già pronta la soluzione: ha chiesto agli alleati di mandare le loro navi militari nello Stretto di Hormuz per fare i vigili urbani del greggio. La Corea del Sud ci sta pensando seriamente, la Francia si gira dall’altra parte fischiettando tenendosi stretta la sua portaerei e noi, in Italia, ci prepariamo psicologicamente a pagare un litro di verde quanto uno spritz in Piazza San Marco.
La verità è che questo conflitto sta assumendo i contorni grotteschi di un reality show armato. I Pasdaran minacciano vendette hollywoodiane mentre le loro corazzate diventano sottomarini non autorizzati; Netanyahu fa il fact-checking sulla propria morte; Trump fa il DJ di questa fine del mondo mettendo su i dischi dell’escalation militare. Se c’è un regista occulto dietro tutto questo casino, dategli un Oscar alla carriera. O, quantomeno, un giubbotto di salvataggio.


