Oggi, 14 marzo 2026, la sonnacchiosa e nebbiosa Ferrara si sveglia improvvisamente favolosa. A Palazzo dei Diamanti apre i battenti la mostra “Andy Warhol. Ladies and Gentlemen”, un evento che come ci ricorda trionfalmente il sito ufficiale di Palazzo dei Diamanti celebra il cinquantenario della storica esposizione del 1975-76. E fin qui, tutto molto istituzionale. Ma c’è un dettaglio che trasforma questa rassegna d’arte nell’evento più esilarante e politicamente bipolare della stagione.
Qual è il soggetto di questa serie di oltre 150 opere, tra acrilici, serigrafie e Polaroid, realizzate dal re della Pop Art? Forse i rassicuranti barattoli di zuppa Campbell? Le faccione di Marilyn Monroe o di Mao? Macché. Come sottolinea Finestre sull’Arte, per la serie “Ladies and Gentlemen” Warhol ha sbattuto su tela drag queen e donne trans afroamericane e portoricane, figure all’epoca rigorosamente relegate ai margini della società.
E qui scatta il cortocircuito degno di un pezzo di Dagospia: la Ferrara governata dalla destra, quella che di solito alla parola “identità di genere” fa partire le sirene dell’allarme anti-woke, sta attualmente stendendo tappeti rossi per Marsha P. Johnson. Sì, esatto: la figura chiave dell’attivismo LGBTQ+ troneggia fiera sui muri del Palazzo dei Diamanti, sotto l’egida della Fondazione Ferrara Arte. E indovinate chi è il presidente della Fondazione? Nientemeno che Vittorio Sgarbi.
Come riporta La Nuova Ferrara, il nostro instancabile critico d’arte non si è fatto sfuggire l’anteprima, passeggiando ammirato tra le tele. C’è da chiedersi cosa abbiano pensato i notabili locali in gessato e mocassino, costretti ad annuire gravemente di fronte all’estetica “glam-queer” che, come ricorda Artsupp, anticipava di decenni l’estetica del terzo millennio, pur di fare cassa. Perché alla fine, la morale della favola è tutta lì: La Nuova Ferrara spiffera che l’obiettivo non tanto segreto della giunta è quello di eguagliare o superare il clamoroso record di visitatori registrato per la mostra di Chagall.
Pecunia non olet, e a quanto pare nemmeno il “gender” fa più paura se porta turisti paganti. Finestre sull’Arte loda puntualmente la curatela di Chiara Vorrasi, evidenziando come l’esposizione affronti temi attualissimi: la costruzione sociale dell’identità, il multiculturalismo e l’influenza dei media. Tutte parole d’ordine che, se pronunciate in un comizio qualsiasi, farebbero gridare allo scandalo. Ma se c’è il prestigioso timbro del Warhol Museum di Pittsburgh e l’allure internazionale, le drag queen diventano improvvisamente un baluardo della cultura da difendere a spada tratta.
Cinquant’anni fa, all’inaugurazione ferrarese, Warhol strappò fisicamente i manifesti che coprivano i passaggi tra le sale. Oggi, le uniche cose che si strappano sono le vesti dei benpensanti, costretti a fare buon viso a cattiva sorte di fronte a questa sfrontata e meravigliosa invasione queer. E pensare che bastava un acrilico dai colori sgargianti per far digerire l’attivismo transessuale alla provincia italiana. Andy, genio indiscusso, ci avevi visto lungo anche stavolta.


