Referendum, meloni: non cacciamo i pm, li vogliamo solo zitti

Referendum, Meloni:

Luci abbassate, atmosfera da grande concerto indie-pop, e un coro che si alza dalla platea: «Sei stupenda!». No, non è il ritorno di Taylor Swift a San Siro, ma Giorgia Meloni in versione frontwoman al Teatro Parenti di Milano, scesa in campo per lanciare la campagna di Fratelli d’Italia per il ‘Sì’ al referendum sulla Giustizia. Una kermesse in cui la premier ha deciso di suonare la sua personalissima Stairway to Heaven del garantismo all’italiana, giurando su tutto ciò che le è più caro: «Nessuno ha in mente di liberarsi della magistratura».

Certo che no, Giorgia. Ci mancherebbe. Chi mai potrebbe pensare una cosa simile? Solo perché da circa trent’anni una certa parte politica passa le giornate a lanciare strali contro le toghe rosse, blu e a pois, non significa mica che ci sia della ruggine. «Non ci interessa il destino personale di qualcuno, ma quello della Nazione», ha tuonato dal palco. Traduzione dal politichese al linguaggio di strada: stiamo per ribaltare il tavolo, ma vi assicuriamo che lo facciamo con estremo affetto.

La riforma, signore e signori, è un «traguardo epocale». Un aggettivo che nel vocabolario meloniano si usa per tutto, dal premierato alla sagra della porchetta del cognato Lollobrigida. Ma qui c’è in ballo «il coraggio di riformare quello che sembrava irriformabile». E qual è il grande mostro finale da sconfiggere in questo videogioco istituzionale? Ovviamente i cattivoni dell’Associazione Nazionale Magistrati. La premier non ha perso l’occasione per lamentare come, in passato, ogni tentativo di riforma sia miseramente naufragato a causa dell’«interdizione esercitata dai vertici dell’Anm». Insomma, i magistrati sono un po’ come i bassisti delle rockband: si lamentano sempre, vogliono alzare il volume del loro amplificatore, ma la cantante ha deciso che da domani si suona in acustico. O non si suona affatto.

Il capolavoro retorico, degno dei migliori spin doctor d’Oltretevere, arriva quando Meloni spiega che la riforma «non è contro i magistrati, ma è invece per tutti i magistrati e, con loro, per tutti i cittadini». Un po’ come dire al tacchino che il Giorno del Ringraziamento è una festa organizzata appositamente in suo onore. Secondo la narrazione di Palazzo Chigi, i giudici che protestano lo fanno solo per una «spasmodica volontà di mantenere lo status quo» e per «difendere i privilegi».

Il messaggio è cristallino. Nessuno vuole “liberarsi” della magistratura. La si vuole solo addomesticare, pettinare, metterle un bel guinzaglio di strass e portarla a passeggio nel parco delle riforme “epocali”. Che poi, a pensarci bene, è un po’ il sogno bagnato di ogni politico italiano da Tangentopoli in poi: un giudice che indaga, sì, ma preferibilmente su qualcun altro. E se proprio deve indagare, che lo faccia in silenzio, senza disturbare i manovratori. Nel frattempo, The Show Must Go On. E il coro continua: “Sei stupenda”.

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