La grande tradizione italiana del “tutto distrutto, ma stiamo da Dio” colpisce ancora. Se c’è una cosa che ci riesce bene, dai tempi di Caporetto fino alle moderne trincee del Medio Oriente, è l’arte suprema di schivare l’apocalisse con un tempismo che farebbe invidia a Neo in Matrix. Questa volta il palcoscenico è la base Camp Singara di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove una pioggia fuori stagione di droni (o missili, la contraerea sta ancora cercando lo scontrino per capirlo) ha deciso di bussare alla porta del nostro contingente.
Come riporta l’agenzia Adnkronos, la botta c’è stata, le infrastrutture hanno tremato, ma il bollettino ufficiale è il classico capolavoro del minimalismo patriottico: “Militari nei bunker, danni ma nessun ferito”. A pronunciare la frase magica, in collegamento con Sky TG24, è stato il colonnello Stefano Pizzotti, comandante dell’Italian National Contingent. Con la flemma di chi ha appena visto saltare in aria il parcheggio ma ha messo in salvo la moka del caffè, Pizzotti ha spiegato che la base era già in preallarme. Appena suonata la sirena della coalizione, tutti dritti nei rifugi seguendo procedure “già rodate”.
E per fortuna. Perché fuori, a quanto pare, volavano schiaffi veri. La tipologia della minaccia è ancora in fase di accertamento – un drone kamikaze? Un missile balistico? Un piccione viaggiatore armato dai fondamentalisti? – ma l’importante è che le infrastrutture logorate si possono ricostruire (magari coi fondi del PNRR, se riusciamo a far rientrare Erbil nella provincia di Frosinone). Il personale, invece, è rimasto rintanato nei rifugi sotterranei per ore. Il morale, tuttavia, assicura il comandante per tranquillizzare le famiglie, è alto. D’altronde, cosa c’è di meglio di un po’ di bonding in trincea mentre fuori ti bombardano per rinsaldare lo spirito di corpo?
Ovviamente, non poteva mancare il brivido istituzionale. Il nostro vicepremier Antonio Tajani ha subito sfoderato l’arma di distruzione di massa della diplomazia italiana: la “ferma condanna”. Una mossa che, ne siamo certi, farà tremare i polsi alle milizie mediorientali. “I nostri militari stanno tutti bene”, ha dichiarato sollevato Tajani, confermando che l’Italia nei teatri di guerra ha la stessa funzione di un arbitro a bordo campo: prendiamo gli sputi, ci fischiano contro, ma alla fine torniamo negli spogliatoi senza un graffio.
Il colonnello Pizzotti ha poi ricordato che i nostri ragazzi sono lì su specifica richiesta del governo iracheno, prevalentemente per addestrare le truppe locali curde. E quale addestramento migliore se non la masterclass definitiva su come fiondarsi in un bunker a tempo di record? “Siamo preparati ed addestrati per queste situazioni”, ha chiosato il comandante. E nessuno ne dubita. In un mondo che va a fuoco, l’Italia conferma la sua vocazione geopolitica incrollabile: incassare i danni materiali, salvare la pelle e aspettare che passi la nottata. Almeno fino al prossimo allarme aereo.


