Ci mancava solo lui. In un Paese in cui la Costituzione viene regolarmente scambiata per il menù fisso di una trattoria, avevamo disperatamente bisogno di un faro, di un intellettuale organico capace di guidarci nei meandri del Referendum sulla Giustizia del 22 e 23 marzo 2026. E chi, se non Al Bano Carrisi? L’Usignolo di Puglia ha deciso di posare il calice di Primitivo, slacciarsi il foulard e indossare la toga da giurista emerito.
Raggiunto dai microfoni di Adnkronos, il nostro ha sganciato la bomba di saggezza: “Il Referendum non sia battaglia politica, si voti sui contenuti”. Una frase così profonda e originale che probabilmente l’ha trovata stampata nei Baci Perugina, o forse gli è stata sussurrata dal fantasma di Piero Calamandrei tra un acuto e l’altro. Ma il capolavoro retorico arriva subito dopo. Quando gli chiedono cosa voterà, Al Bano si trincera dietro un umilissimo: “Non lo direi neanche sotto tortura”. Salvo poi, due secondi netti dopo, citare il dramma di Enzo Tortora per ricordare che “una parte della magistratura qualche colpa ce l’ha” e che “l’hanno accusato ingiustamente e quel giorno lì lo hanno ucciso”. Insomma, il voto è segretissimo, ma il messaggio è più chiaro di un “Aaaaaah” cantato a squarciagola sul palco dell’Ariston in prima serata.
Ovviamente, la stampa di destra non aspettava altro. Il Secolo d’Italia si è subito lanciato in un’estasi mistica, titolando giulivo che Al Bano “asfalta i soliti noti (attori e cantanti dem)” e dà “una lezione di stile alla sinistra da salotto”. Ecco a voi il nuovo eroe della separazione delle carriere: l’uomo che ha sconfitto i dinosauri radical chic a colpi di buonsenso contadino e acuti spacca-timpani. Mentre i costituzionalisti si accapigliano sui cavilli in tv, ci pensa la voce storica dell’Italia nel mondo a riportare il dibattito lontano dall’agone tra fazioni e “vicino ai diritti dei cittadini”, come sottolinea estasiato il quotidiano meloniano.
Ma il circo mediatico non sarebbe completo senza il tocco trash-pop d’ordinanza. Secondo quanto riportato dall’agenzia Agenparl, nel calderone referendario è spuntata persino l’ipotesi che Sal Da Vinci possa prestare un suo pezzo musicale per la campagna del ‘Sì’. Interrogato su questa epocale svolta pop-costituzionale, il Vate di Cellino ha commentato con la sufficienza di un Mick Jagger di provincia: “Il brano non è eccezionale ma bello e Sal ha fatto tanta gavetta”. E se chiedessero a lui una canzone per il referendum? “Preferisco stare in disparte ed osservare”. Un vero lord inglese. O forse ha semplicemente capito che la rima baciata tra “Felicità” e “Consiglio Superiore della Magistratura” è roba troppo avant-garde persino per lui.
In fondo, è questa l’Italia che ci meritiamo. Un Paese dove il dibattito sulla giustizia non si fa nei palazzi istituzionali o nelle aule universitarie, ma tra le pagine di gossip e i lanci d’agenzia, con i cantanti leggeri a fare da padri costituenti. Se la politica fallisce, affidiamoci a Sanremo. E chissà, magari per le prossime riforme avremo i Pinguini Tattici Nucleari a spiegarci il bicameralismo perfetto, mentre Romina Power scriverà la prefazione al nuovo Codice Penale. Nel frattempo, teniamoci stretto il nostro Montesquieu pugliese: la giustizia sarà anche bendata, ma per fortuna ci sente benissimo. E Al Bano, statene certi, non ha alcuna intenzione di abbassare il volume.


