Dimenticate i Rolex sfilati dal polso nel traffico, scordatevi le rapine ai portavalori con i kalashnikov e le vecchie, care estorsioni sui cantieri. Roba da boomer del crimine. La nuova frontiera dell’imprenditoria criminale italiana ha fatto il salto di qualità, passando dal passamontagna di lana ruvida al camice bianco sterilizzato. Perché accontentarsi di rubare un SUV di lusso quando puoi svaligiare una farmacia ospedaliera e portarti a casa un bottino da CEO di una multinazionale del farmaco?
Le notizie di oggi, martedì 10 marzo 2026, ci consegnano un quadro clinico – è proprio il caso di dirlo – da brividi. Come riportano le cronache dell’ultim’ora, i carabinieri della compagnia di Napoli Vomero hanno appena sgominato una banda specializzata nel furto pluriaggravato e nella ricettazione di farmaci antitumorali salvavita. Dieci misure cautelari servite fredde tra Napoli, Catania e Melito di Napoli: tre soggetti spediti dritti in gattabuia, tre ai domiciliari col braccialetto elettronico (l’accessorio must-have della stagione giudiziaria) e quattro con l’obbligo di firma. Il loro palcoscenico principale? Il Policlinico Federico II di Napoli e il Distretto 30 dell’Asl Napoli 1 Centro, letteralmente svuotati di farmaci oncologici per un danno complessivo al Servizio Sanitario Nazionale stimato in ben 3,5 milioni di euro.
Altro che i tour negli stadi delle rockband, questi facevano un tour nei reparti ospedalieri con una logistica che farebbe impallidire i manager di Amazon Prime. Avevano tutto: auto a noleggio per non dare nell’occhio, utenze telefoniche dedicate ai “lavori sporchi” e un modus operandi da “Ocean’s Eleven” de noantri. Oscuravano le telecamere di sorveglianza, sfondavano le porte e, ciliegina sulla torta del degrado assoluto, potevano contare su un “basista” d’eccezione: una guardia giurata. Esatto, l’uomo pagato dallo Stato per vigilare faceva da Cicerone ai ladri di chemio. LA BANALITÀ DEL MALE incontra l’outsourcing.
E i farmaci salvavita rubati? Rivenduti all’estero, immessi in un mercato nero parallelo, a volte persino mal conservati o adulterati. Perché la speculazione sulla disperazione umana, si sa, non conosce confini etici, né tantomeno si preoccupa della catena del freddo. È il turbocapitalismo applicato alla Camorra: se c’è domanda di sopravvivenza, ci sarà sempre un’offerta illecita pronta a lucrarci sopra.
In un Paese normale, rubare la speranza di vita a un malato di cancro verrebbe considerato un crimine contro l’umanità, un abominio che ti fa sputare in faccia persino dai compagni di cella nell’ora d’aria. Ma nell’Italia del 2026, la sanità pubblica è ormai vista come un bancomat incustodito. Mentre il cittadino onesto aspetta otto mesi per una TAC pregando i santi e imprecando contro i centralini del CUP, la criminalità organizzata ha già prelevato, impacchettato e spedito i suoi anticorpi monoclonali oltre confine. È la privatizzazione occulta, bellezza. Il welfare state trasformato in un fast-food per sciacalli.
Si parla tanto, nei salotti televisivi, di “eccellenze italiane” da esportare nel mondo. Ecco, ci siamo riusciti di nuovo. Abbiamo esportato il cinismo allo stato puro, confezionato in fiale salvavita sottratte a chi sta lottando, letteralmente, per non morire. La banda è stata sgominata, certo, e ai carabinieri va la nostra standing ovation virtuale. Ma resta un sapore amaro in bocca, la consapevolezza agghiacciante che il vero male incurabile, in questo Paese, non si combatte nei reparti di oncologia. Si annida in quella metastasi morale che permette a un essere umano di guardare la medicina vitale di un malato terminale e vederci solo, ed esclusivamente, un fottutissimo scontrino da incassare.


