C’è un fantasma che si aggira per Palazzo Madama, e ha la faccia sudata di chi ha dimenticato di comprare l’uovo di cioccolato all’ultimo minuto. Il governo di Sora Giorgia, stretto in una morsa d’ansia da prestazione tra l’imminente referendum sulla giustizia del 22-23 marzo e le sante vacanze di Pasqua, ha deciso di trasformare il Senato nella pit-lane di Monza. L’obiettivo? Schiantare il pedale dell’acceleratore sul nuovo Decreto Sicurezza (il DL 23/2026, per i feticisti della Gazzetta Ufficiale), roba che a confronto Fast & Furious sembra una gita in pedalò sul litorale laziale.
Il problema, come in tutte le sbornie da “legge e ordine” dell’esecutivo, è che a furia di correre non si capisce più su cosa diavolo stiano accelerando. Sappiamo solo che c’è fretta. Una fretta fottuta. La Commissione Affari Costituzionali, guidata dal meloniano Alberto Balboni, ha deciso che il dibattito democratico è roba da radical chic perditempo: audizioni di esperti liquidate in un solo, fantozziano giorno. La Commissione Giustizia? Esclusa dall’iter, declassata a tappezzeria istituzionale, scatenando le ire delle opposizioni. D’altronde, a cosa serve far leggere un testo di diritto penale a chi si occupa di giustizia? È come chiedere a un cardiologo un parere sul menù del fast-food alle tre di notte: ti rovina solo la festa.
Ma cosa c’è in questo “pacchetto sicurezza”, spacchettato in 33 articoli, che deve assolutamente vedere la luce prima che il Cristo risorga? Un po’ di sano e vecchio populismo penale ad alta gradazione, condito con la consueta retorica della repressione prêt-à-porter. Troviamo, ad esempio, la stretta sulle lesioni al personale ferroviario e scolastico. Se guardi storto un controllore sul regionale per Viterbo o non saluti la prof di matematica, rischi praticamente l’arresto in flagranza e l’esilio su Marte.
E poi c’è il capolavoro assoluto, l’assolo di chitarra scordata del governo: lo scudo penale per le forze dell’ordine, ribattezzato pudicamente “annotazione preliminare” per evitare l’iscrizione nel registro degli indagati durante l’incidente probatorio. Una norma scritta con il sudore freddo dopo i clamorosi fattacci di Rogoredo. Lì, ricordiamolo, la narrazione governativa del “poliziotto eroe” che spara al criminale si è schiantata a 200 all’ora contro la cronaca nera, rivelando un agente che, secondo le indagini, gestiva il racket uccidendo un pusher. Insomma, a Palazzo Chigi volevano girare il sequel di RoboCop e si sono ritrovati sul set di Gomorra, costretti a pietire l’aiuto degli uffici legislativi del Quirinale per evitare che il decreto fosse scritto coi pastelli a cera fuori dai confini costituzionali.
Il cortocircuito logico è totale, degno di un trip lisergico. Da una parte, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari blatera che Vladimir Putin “voterebbe No” al referendum sulla separazione delle carriere, trasformando la campagna elettorale in un cinepanettone geopolitico di serie B; dall’altra, il Senato viene trattato come un bancomat normativo per far passare una legge che inasprisce le pene su tutto ciò che si muove, respira o dissente.
Siamo di fronte al paradosso perfetto della destra italiana contemporanea: si stracciano le vesti gridando al garantismo quando c’è di mezzo un colletto bianco, un politico amico o un referendum sulle toghe, ma si trasformano istantaneamente nello Sceriffo di Nottingham non appena c’è da alzare la voce contro attivisti, migranti o ragazzini nelle piazze.
In questa folle corsa contro il tempo, incastrata tra le schede referendarie e l’agnello al forno, la maggioranza procede a fari spenti nella notte. Il Senato accelera, sbanda, taglia le curve del dibattito parlamentare. Non importa la reale tenuta costituzionale del testo, e tantomeno l’efficacia pratica di queste norme sulla vita disastrata delle nostre città. L’unica cosa che conta è tagliare il traguardo, stampare il comunicato stampa trionfale e poter urlare al proprio elettorato che, anche per questa Pasqua, la sicurezza è servita. Che poi sia solo un uovo vuoto, con dentro la solita, misera sorpresa di propaganda elettorale, è un dettaglio che lasceranno volentieri scoprire agli italiani a feste finite.


